PNRR, tra progetti e attuazione: vincoli reali e vincoli “immaginari” della nostra PA

29 Luglio 2021
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Vincoli hard (risorse e tecnologie), vincoli soft (skill e formazione) e vincoli culturali…quali sono gli ostacoli che potrebbero intralciare la messa a terra del PNRR? E come affrontarli? Una riflessione a cura di Andrea Tironi, project manager Digital Transformation, Consorzio.IT

I vincoli di un sistema possono essere di tre tipi: hard, soft e culturali. I vincoli di tipo hard sono quelli relativi alle risorse e alle tecnologie di base. Quelli soft sono relativi alle skill e alla formazione, oltre che all’individuo. Quelli culturali sono relativi alle organizzazioni. Vediamo se e come questi aspetti rischiano di vincolare la PA per la messa a terra del PNRR.

I vincoli hard (risorse e tecnologie) in realtà non esistono, per due motivi. Il primo è che le risorse economiche ci saranno. Il Presidente del consiglio, Mario Draghi, il 22 giugno ha parlato chiaramente di “spendere tutti i fondi a disposizione bene e con onestà”. Mario Draghi conosce bene l’importanza delle parole, l’ha provato per otto anni alla BCE nei discorsi che teneva nella conferenza stampa dopo il meeting del board. Quindi, se nella stessa frase ha messo insieme le tre parole che abbiamo evidenziato in grassetto, credo che ci siano dei buoni motivi. Tutti, perché il rischio è di non spendere i fondi (né questi né, attenzione, quelli europei del settennato 2021–2027). Quindi ribadiamo, non c’è un problema di mancanza di fondi, anzi abbiamo il problema di come spenderli seguendo i parametri fissati per l’erogazione. Bene, ovvero spendere i soldi per generare cambiamento e impatto, non facendo “cattedrali fisiche o virtuali nel deserto”. Con onestà, perché 209 miliardi non sono bruscolini, fanno gola a molti, se non tutti, e non tutti sono pronti a spenderli bene e con onestà. Insomma, i vincoli economici che sono stati un ostacolo dopo la crisi del 2008 fino al Covid-19, ovvero la mancanza di soldi per investimenti e cambiamento, con il PNRR non ci sono più.

Passiamo quindi al secondo vincolo hard: le tecnologie. L’“alibi della tecnologia” può essere esemplificato in una serie di frasi che temo tutti sentiamo ogni giorno: “il computer non va”, “non va niente da quando usiamo questi mezzi digitali”, “oggi non va internet”, “questi cosi (smartphone) non funzionano mai”. Nel 10% dei casi queste frasi segnalano un problema reale e nel 90% dei casi una mancanza di cultura digitale, ovvero l’incapacità dell’individuo di usare gli strumenti che ha a disposizione. Ecco, siamo arrivati al punto in cui dobbiamo lavorare per saperli usare meglio, perché la pandemia ci ha mostrato che se vogliamo evolvere come società dobbiamo (e siamo in grado di farlo) essere digitali.

La tecnologia, quindi, non è un vincolo per due motivi:

  • c’è tutta la tecnologia che ci serve per cambiare la società e la PA nei prossimi anni, si tratta solo di saperla usare;
  • il vero tema non è che manca la tecnologia, ma saperla usare e creare cultura digitale.

Quindi, come dicevamo all’inizio, i vincoli hard non ci sono. Smettiamola di usare alibi e dire che i problemi sono i soldi o la tecnologia: i primi ci sono, e abbiamo il problema di spenderli; mentre la tecnologia che serve alla PA per cambiare non riguarda AI, blockchain e quantum computing (se non in piccola parte), ma documenti digitali, firme digitali, software cloud, tutte tecnologie che hanno almeno 15 anni di consolidamento.

Vincoli Soft

I vincoli soft sono quelli del singolo essere umano, ovvero le conoscenze che sono necessarie per cambiare. Sebbene si continui a parlare di “mancanza di conoscenze e competenze digitali” non credo sia questo il vincolo più grande per la PA e in generale per noi italiani. Il primo vincolo e il più grande lo indicava già Diego Piacentini in un’intervista al Foglio del 2017: “Altra complessità inizialmente non prevista sono i personalismi. Molta gente non ha il coraggio di concordare su un’opinione anche quando è giusta. Molti vogliono far valere le proprie idee anche quando sanno che sono sbagliate pur di affermare la propria posizione. Sono poche le persone con cui lavoriamo che dicono: ok, questa è la strada giusta, seguiamola. Molti invece devono imporre la loro presenza perché altrimenti perdono il loro ruolo, perdono il loro valore. Questa cosa è molto forte in Italia. Lavorando per Amazon sono stato esposto a decine di paesi, sono stato in Cina cinquanta volte, trenta in India, e tra i paesi a cui sono stato esposto l’Italia è quello che ha il minor senso del bene comune, della cosa comune, di fare qualche cosa per il bene del paese o per il bene della comunità. Non è istintivo, non è nel nostro dna”.

In sostanza, a noi italiani non interessa fare la cosa che serve, se questa lede: il nostro ego, il senso del ruolo che abbiamo, il senso di noi stessi che associamo al ruolo, il senso di esercizio del potere. Non è un vincolo da poco…difficile ragionare a un tavolo con persone il cui obiettivo non è risolvere, ma non vedere lesa “la reale maestà del proprio ego+ruolo”. Diego Piacentini recentemente apparso al DLD (Digital Life Design) Conference e lì intervistato, ha detto che la skill che ha migliorato maggiormente al tempo del Team Digitale è “l’esercizio della pazienza nelle discussioni con persone irragionevoli”. Speriamo che questo aspetto sia cambiato nella nostra PA. Se così non fosse, è un cambiamento che sicuramente ci serve, quanto e più delle competenze digitali.

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